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Samaritanus bonus: contributi etici e afflato pastorale/1

Introduzione

Dopo anni di “silenzio”, la Chiesa torna a farsi sentire sul tema del fine vita e lo fa con una lettera della Congregazione per la Dottrina della Fede dal titolo Samaritanus Bonus: sulla cura delle persone nelle fasi critiche e terminali della vita. Il documento, pubblicato il 22 settembre scorso, oltre l’introduzione e la conclusione, consta di cinque capitoli di cui l’ultimo è quello più corposo. La domanda fondamentale che spinge gli autori è semplice: posto che il Buon Samaritano – da cui il titolo dello stesso documento – è immagine di Cristo che incontra il bisognoso e se ne prende cura, «come rendere oggi questo messaggio concreto? Come tradurlo in una capacità di accompagnamento della persona malata nelle fasi terminali della vita in modo da assisterla rispettando e promuovendo sempre la sua inalienabile dignità umana, la sua chiamata alla santità e, dunque, il valore supremo della sua stessa esistenza?». Da qui prende le mosse tutta la riflessione della lettera, tra antropologia ed etica.

Il documento

Scorrendo lungo le righe fitte delle pagine, subito si mette in evidenza come sussista un problema eminentemente antropologico: il samaritano si prende cura del viandante; non solo gli si fa prossimo, ma se ne fa carico sotto tutti gli aspetti; ciò è possibile perché riconosce la fragilità e la vulnerabilità dell’altro, soprattutto nella condizione di malato; l’essere fragili e deboli mette in luce la nostra dipendenza dall’altro/Altro e da questo riconoscimento nasce la responsabilità morale. Non arrendendosi alla vulnerabilità della nostra natura umana, non si accoglie la vita umana per quello che è e si finisce per rigettare ogni sofferenza. Chiaro: chi vorrebbe soffrire? Nessuno. Ma sappiamo anche come questo aspetto – eminentemente umano – sia assolutamente ineludibile: l’uomo non prova solo dolore come tutti gli esseri viventi, ma su questo riflette e rimugina provando sofferenza. 

«Certamente, la medicina deve accettare il limite della morte come parte della condizione umana. […] Riconoscere l’impossibilità di guarire nella prospettiva prossima della morte, non significa, tuttavia, la fine dell’agire medico e infermieristico. Esercitare la responsabilità nei confronti della persona malata, significa assicurarne la cura fino alla fine: “guarire se possibile, aver cura sempre (to cure if possible, always to care)”. Quest’intenzione di curare sempre il malato offre il criterio per valutare le diverse azioni da intraprendere nella situazione di malattia “inguaribile”: inguaribile, infatti, non è mai sinonimo di “incurabile”. Lo sguardo contemplativo invita all’allargamento della nozione di cura. L’obiettivo dell’assistenza deve mirare all’integrità della persona, garantendo con i mezzi adeguati e necessari il supporto fisico, psicologico, sociale, familiare e religioso. La fede viva mantenuta nelle anime delle persone astanti può contribuire alla vera vita teologale della persona malata, anche se questo non è immediatamente visibile».

A questo punto la diagnosi: «Dinnanzi all’ineluttabilità della malattia, infatti, soprattutto se cronica e degenerativa, se la fede manca, la paura della sofferenza e della morte, e lo sconforto che ne deriva, costituiscono oggigiorno le cause principali del tentativo di controllare e gestire il sopraggiungere della morte, anche anticipandola, con la domanda di eutanasia o di suicidio assistito». 

Un inedito afflato pastorale

Meritevoli di attenzione sono sicuramente gli orientamenti pastorali che la lettera detta e che, nonostante non siano la parte più corposa, sono forse quella più significativa – e direi inedita per un documento della Congregazione per la Dottrina della Fede. Sulla scia di altri documenti locali – interessante il documento della Conferenza dei vescovi svizzeri, La pastorale e il suicidio assistito (Cf. «Il Regno», 3/2020) – nati dalle specifiche esigenze delle leggi statali in materia, la lettera ci propone di imitare l’insegnamento del Buon Samaritano nella cura del sofferente anche dinanzi all’estrema scelta del desiderare la morte e ricorda a tutti quegli operatori pastorali che si occupano dell’accompagnamento di chi chiede eutanasia e suicidio assistito che «essere uomini e donne esperti in umanità significa favorire, attraverso gli atteggiamenti con cui ci si prende cura del prossimo sofferente, l’incontro con il Signore della vita, l’unico capace di versare, in maniera efficace, sulle ferite umane l’olio della consolazione e il vino della speranza».

A tal proposito, è presentata una importante distinzione tra posposizione dell’assoluzione e imputabilità della colpa: sulla scia del cammino intrapreso con Amoris Laetitia di Francesco, l’ex Sant’Uffizio ricorda che

«la necessità di posporre l’assoluzione non implica un giudizio sull’imputabilità della colpa, in quanto la responsabilità personale potrebbe essere diminuita o perfino non sussistere. Nel caso in cui il paziente fosse ormai privo di coscienza, il sacerdote potrebbe amministrare i sacramenti sub condicione se si può presumere il pentimento a partire da qualche segno dato anteriormente dalla persona malata. Questa posizione della Chiesa non è segno di mancanza d’accoglienza del malato. Essa deve essere, infatti, unita all’offerta di un aiuto e di un ascolto sempre possibili, sempre concessi, insieme ad una approfondita spiegazione del contenuto del sacramento, al fine di dare alla persona, fino all’ultimo momento, gli strumenti per poterlo scegliere e desiderare. La Chiesa, infatti, è attenta a scrutare i segni di conversione sufficienti, perché i fedeli possano chiedere ragionevolmente la ricezione dei sacramenti. Si ricordi che posporre l’assoluzione è anche un atto medicinale della Chiesa, volto, non a condannare il peccatore, ma a muoverlo e accompagnarlo verso la conversione».

Misericordia e Giustizia

Tutto questo bene si sposa con un argomento che voglia coniugare etica e pastorale e che ponga in dialogo – e non in uno sterile e apparente conflitto – la misericordia e la giustizia; questo, dal punto di vista etico, significa essere pronti a distinguere azione da agente, comportamento da atteggiamento, esattamente come fa lo stesso Gesù nel Vangelo. Bisogna, infatti, essere accorti: come ci ricorda Eberhard Schockenhoff nella sua opera Il discorso della montagna, non va intesa con la parola misericordia una componente affettivo-emotiva che nell’etica comporterebbe solo frizioni e confusioni. La misericordia è senz’altro il lasciarsi toccare dal sofferente, ma questa pietà benevola non significa che vada vista come un’etica del sentimento. Misericordia non è il «non riesco più a guardarlo in faccia» davanti ad un sofferente, ma relazione tra persone nel quale si è disposti a rimanere accanto alle persone, dedizione al prossimo, pietà che non umilia ma che sostiene, espressione dell’amore. Che cosa significa l’esortazione alla misericordia per gli uomini di oggi? Non significa certo una reazione più flessibile e più indulgente della Chiesa nei confronti dei suoi fedeli; l’esigenza di una maggiore misericordia è senz’altro opportuna, ma non basta solo un giudizio più indulgente; è, invece, necessaria una giusta valutazione di tali situazioni di vita sotto l’aspetto morale tenendo conto del discernimento di ognuno. Contrapporre misericordia e giustizia sarebbe solo un passo falso e sarebbe contrario anche alla visione biblica dei due concetti: chi vuole mostrarsi misericordioso dinanzi ad una persona non può far altro che rispettare il suo diritto e trattarlo giustamente – cioè non condannarlo ingiustamente – almeno nelle intenzioni che lo spingono, senza per questo rinunciare ai criteri morali di bene e male. Questo significa che bisogna avere rispetto delle debolezze altrui: anche quando le persone falliscono in norme morali legittime, non le si deve condannare, ma trattare le loro debolezze con indulgenza. In altre parole:

«È indubitabile che dal punto di vista morale ci accostiamo al bene, alla volontà di Dio, per gradi: possiamo essere più o meno buoni, più o meno cattivi, dipende da noi, dalla nostra libertà. Essendo poi la qualità morale del soggetto un atto interiore, che non si vede, nessuno lo può giudicare, valutare dall’esterno. […] Come a dire: il giudizio se una persona sia buona o cattiva, più o meno buona o più o meno cattiva, è meglio affidarlo a Dio! Solo lui infatti vede il cuore e i reni: noi diremmo la coscienza e ciò che sta sotto la coscienza! Per cui nemmeno la persona a volte è in grado di conoscere e conoscersi. Io non giudico gli altri e neanche me stesso – scrive Paolo alla comunità di Corinto – chi mi giudica è solo Dio [AL 295; FC 34]. Tuttavia, in riferimento a quanto il soggetto riesce a realizzare nella sua vita, non può valere la legge del “più o meno”: non si può dire che uno è più o meno adultero, più o meno ladro, più o meno omicida, ecc…. lo è non lo è, vale cioè la legge dell’“o…o”ci comportiamo in modo retto, giusto, ci comportiamo in modo erroneo, sbagliato. Il che ovviamente dipende da noi, ma non solo da noi: dipende anche da altri fattori. Se è vero, infatti, come dice Gesù, che l’albero buono produce frutti buoni, è anche vero però che ciò non dipende solo dall’albero, ma anche dal terreno, dal clima, dalla buona stagione. Applicando ancora più concretamente questa chiarificazione, […] va detto con forza che: 
–  In merito alla qualità morale del soggetto bisogna insistere sempre sul fatto che è necessario tendere al bene, ma nella consapevolezza che non tutti sono in grado, a causa di molteplici condizionamenti, di realizzarlo nella propria vita. Il che non significa che il bene in questione, qualsiasi esso sia, non sia più un bene, un valore. Significa più semplicemente riconoscere il dato di fatto che questo bene, che si sarebbe dovuto realizzare, non si è realizzato. In questi casi abbiamo solo la possibilità di dire in linea di principio che il soggetto potrebbe essere fondamentalmente buono, ma non saremmo in grado di dire altro e qualora volessimo dire altro cadremmo in una discussione avviluppantesi su se stessa secondo una logica tautologica. 
– Se vogliamo che ciò non accada, dobbiamo concentrarci, invece, su quanto riusciamo a realizzare nonostante tutto, e per fare ciò dobbiamo porre un altro tipo di interrogativi, non meno importanti: cosa sarebbe stato meglio fare? Che cosa non è più da fare?»

P. Cognato, Misericordia e Giustizia. Per un contributo teologico-morale, in «Ho Theologos», 1/2017, 125-126

Verso un’analisi etica

Tutte queste ottime intuizioni faranno da apripista anche all’argomentazione etica della lettera, che è poi la parte più corposa della stessa? Questa auspicabile separazione tra azione e agente – che dovrebbe permettere anche una più serena valutazione del contesto specifico, permettendo di non essere relativisti pur tenendo conto dei contesti mutevoli – sarà considerata anche in sede di discussione morale oppure no? La cura di cui si parla in ambito pastorale sarà tenuta in debita considerazione anche per l’ambito etico o lo sguardo del Samaritano sarà scambiato per quello del Sacerdote o del Levita? Mi riservo di abbozzare delle considerazioni sull’argomentazione etica del documento in un prossimo contributo che sarà pubblicato sempre qui sul Blog dell’Istituto.

Filippo Arena

Laurea Magistrale in Scienze Religiose. Docente di Religione. Cultore di Scienze Morali.

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