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Questione di metodo

La settimana scorsa è andata in onda su Canale 5 una esclusiva intervista a Papa Francesco; senza soffermarci sulle tronfie presentazioni e sul roboante montaggio, tra le risposte del Pontefice al giornalista Fabio Marchese Ragona (visionabile qui) un passaggio – su tutti – ha solleticato il mio interesse.

Le parole di Francesco

Il tema della crisi dovuta alla pandemia fa venire alla luce l’incalzante problema della cultura dello scarto. Da qui la questione dell’aborto. Il Pontefice, infatti, inserisce tra gli scartati i bambini non voluti a causa di una malattia o semplicemente perché non desiderati al punto da essere semplicemente cancellati prima della nascita. Fin qui – si dirà – niente di nuovo sotto il sole. Ma il meglio deve ancora venire. «Il problema dell’aborto» – suggerisce Francesco – «non è un problema religioso. È un problema umano prima che religioso. È un problema di etica umana. Poi le religioni lo seguono. Ma è un problema che ogni uomo, anche un ateo, deve risolvere in coscienza sua […] Non bisogna immischiare le religioni – queste vengono dopo – ma la coscienza umana».

Chi vuole un’etica da talk-show?

Nessun accenno, dunque, ai valori non negoziabili. Alla volontà di Dio. Alla sacralità e indisponibilità della vita. Non che queste affermazioni non siano vere, attenzione. Solo che gli argomenti usati non sarebbero sufficienti per raggiungere chi si trova fuori dalla cerchia dei cristiani.

A che giovano due fazioni dedite semplicemente a farsi la guerra issando la propria bandiera in difesa di un valore definito assoluto? A che giova sostenere ciecamente il valore vita o il valore libertà? Entrambi gli schieramenti hanno già perso in partenza e non hanno affatto contribuito alla costruzione di una norma morale oggettiva, universalizzabile e valida per tutti. I sostenitori dell’illiceità morale dell’aborto che come argomento portano quello della sacralità della vita si espongono, infatti, alle critiche di caduta nella fallacia naturalistica; appellandosi al secondo natura, formulano una norma morale deontologica che non tiene conto della realtà, che non vi aderisce e che fa leva su una piattaforma difficilmente condivisibile; l’appello alla natura è debole: oltre alle difficoltà di definire che cosa è naturale, il passaggio da naturale a buono va argomentato ed è difficile farlo senza cadere in una fallacia; a tal proposito, ove si volesse considerare sul serio il corso naturale degli eventi come qualcosa da rispettare o su cui non si può intervenire, non si potrebbe curare nessuna malattia, così come fa notare anche Rudolf Ginters con l’esempio classico della cura dell’appendice. La natura, infatti, non ci dice cosa sia giusto, ma solo come sono le cose! Sostenere che la vita è sacra è possibile, inoltre, solo poggiandosi su Dio e quest’ultimo non può mai essere collocato sul piano normativo dell’etica. Questo tipo di formulazioni non tengono conto del fatto che, per realizzare un bene morale, bisogna considerare che cosa facciamo, quando lo facciamo e in che modo lo facciamo; siamo dinanzi ad un’affermazione deontologica che, non contemplando il conflitto tra valori non-morali – ossia quel valore che non dipende dal soggetto, ma che, poiché vale, è un bene umano che concorre alla realizzazione morale del soggetto, pur non essendo la moralità del soggetto stesso – non tollera eccezioni e non considera mai le conseguenze, il contesto, la realtà, in quanto ognuno di questi valori è ritenuto incommensurabile.

L’essenzialità di un metodo

Dove sta la questione? Si può, per non prestare il fianco ai sostenitori della liceità dell’aborto, distanziarsi dalla norma deontologica senza cadere in un situazionismo e in un relativismo? Assolutamente sì. E lo si può fare percorrendo una via teleologica e con un metodo rigoroso fondato sull’imparzialità e la distinzione tra agenti e azioni.

Allora, per affrontare tale questione bisogna partire dal fondo: perché non dobbiamo uccidere? Perché è ingiusto uccidere? Potremmo argomentare secondo la mancanza di permesso; oppure, si potrà sostenere che la vita è il valore più importante e, proprio per tale preminenza, va rispettato; la vita, infatti, è un valore non-morale, e tra i valori non-morali è il più fondamentale. Fare un’affermazione del genere, significa fare un’affermazione unanimemente condivisa e condivisibile poiché sostenere che la vita sia un valore non-morale ed è il più fondamentale non sarebbe frutto di un arbitrio: senza la vita, infatti, tutti gli altri valori non potrebbero mai realizzarsi; la vita costituisce la piattaforma in cui si inverano tutti i valori: se non c’è vita, non c’è soggetto e se non c’è soggetto, non c’è realizzazione del soggetto morale. Il valore vita è, allora, un valore colto, non imposto: non lo abbiamo scelto noi, ma poiché intuiamo che non dipende da noi ed è un bene umano lo definiamo valore.

Da questa breve e necessariamente sintetica disamina – per approfondire la questione si veda l’illuminante saggio di Pietro Cognato, Etica Teologica, edito da Flaccovio – emerge chiaramente come il Papa abbia chiaro un presupposto: la preoccupazione morale è antecedente la Bibbia e le religioni; c’è da quando l’uomo esiste. Non si può fare appello a Dio sul piano normativo. Questo non significa escluderlo, bensì ricollocarlo sul piano parenetico e metaetico. Ma sul piano delle norme Dio non può essere un argomento. Bisogna, piuttosto ritornare a ciò che è autenticamente umano. La caratteristica dell’esigenza morale, infatti, è la non arbitrarietà: questo fa dell’etica l’etica. Dobbiamo, allora, guardare sempre ai criteri scelti e chiederci: ciò è credibile, imparziale, non arbitrario? Come si è stabilito chi vive e chi muore, chi è degno e chi non lo è? Solo la non arbitrarietà si rivela ragionevole e razionale criterio per realizzare l’assoluto, cioè ciò che è possibile hic et nunc che, una volta scoperto, bisogna volere fare. Ciò è possibile perché esiste una scala gerarchica di valori che dà un senso. L’argomentazione che vede il valore vita come valore non-morale più fondamentale ha senso perché ci si sobbarca il rischio del conflitto valoriale, sapendo che nel conflitto con altri valori non-morali la vita ha sempre la meglio.

Questa lettura potrebbe – è vero – essere ritenuta anche debole, ma è l’unica possibile; del resto, anche l’argomentazione teleologica – così come quella deontologica – prevede una norma intrisece malum, ma aderente alla realtà e condivisibile: tutte le volte che si interrompe volontariamente una gravidanza per favorire un valore non-morale inferiore alla vita, che è il valore non-morale più fondamentale, si sta compiendo un’azione moralmente illecita. Ciò che è necessario, per coerenza, è portare gli interlocutori allo scoperto mostrando loro che hanno trovato dei criteri che noi non troviamo e facendoli riflettere sulle modalità attraverso le quali hanno raggiunto quelle conclusioni; se sono davvero onesti si renderanno conto dell’arbitrarietà della scelta compiuta.

Filippo Arena

Laurea Magistrale in Scienze Religiose. Docente di Religione. Cultore di Scienze Morali.

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