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Francesco. Tra dottrina e cura

Inauguriamo con questo articolo una nuova sezione del nostro blog, che potrete trovare sotto la categoria di Moral Opinion. Moral Opinion è una sezione dedicata ad argomenti dal carattere estemporaneo e attuale. Piccoli contributi su temi di attualità quotidiana che possano essere utili per poter aprire dibattiti e che si prestino anche al botta e risposta. Buona lettura!


Dopo la comparsa su tutte le testate giornalistiche della notizia del documentario del Papa in cui il Pontefice aprirebbe alle unioni gay, le chat a sfondo teologico dei miei contatti hanno cominciato a suonare all’impazzata.

Commenti di tutti i tipi hanno invaso le nuvolette di testo: dai più integralisti a quelli più progressisti, da chi ha tacciato la notizia come fake in attesa di una smentita ufficiale a chi ha gioito dell’apertura, passando per chi ha invocato prudenza. Credo che, però, sia realmente necessario prendere sul serio queste parole, al di là che si stia da una parte piuttosto che dall’altra.

Le parole del Pontefice

Ma cosa ha detto realmente Francesco? Non è difficile reperire in rete la trascrizione del passaggio incriminato.

«Le persone omosessuali hanno il diritto di essere in una famiglia. Sono figli di Dio e hanno diritto a una famiglia. Nessuno dovrebbe essere estromesso o reso infelice per questo. Ciò che dobbiamo creare è una legge sulle unioni civili. In questo modo sono coperti legalmente. Mi sono battuto per questo»

Innanzitutto, una doverosa premessa: il documentario Francesco di Evgeny Afineevsky in cui sono presenti queste dichiarazioni è composto anche dal montaggio di piccoli frammenti di un’intervista del maggio 2019 a una tv messicana – da cui provengono le parole in discussione. Le frasi sono separate e presenti in punti ben distanti dell’intervista, non fuse così come può sembrare dal documentario e dai titoli dei giornali. Inoltre, Francesco parla del diritto di stare in una famiglia e non di farsi una famiglia. Al di là di tutto questo (potete trovare una chiara disamina a questo link), resta un fatto: il Vaticano ha verosimilmente approvato il lavoro del regista russo e, dunque, le parole meritano un’adeguata riflessione e non possono semplicemente essere liquidate come manipolazione o fake.

A chi si rivolge Francesco? Naturalmente – e lo dimostra l’acuta assenza della parola matrimonio – l’appello è per tutte le nazioni del mondo affinché queste si adoperino per tutelare quelle persone che si trovano spesso ai margini e sono fatte fuori da un sistema legislativo che non contempla unioni di un certo tipo o, addirittura, non tollera la loro stessa esistenza come individui. Ma nonostante il Papa non parli di matrimonio, a far storcere il naso a parecchio mondo cattolico è l’uso del termine famiglia, reo di poter creare confusione tra le fila cattoliche. 

Mancanza di prudenza – come molti rimproverano a Francesco sin dai primi giorni di pontificato – a cui la teologia è chiamata a mettere una pezza o fine e puntuale uso delle parole? È la nostra idea di papa a non coincidere con l’operato di Francesco o è in atto una vera rottura da parte di Bergoglio con tutto ciò che abbiamo sempre pensato essere il ruolo del pontefice?

La questione etica 

Senza soffermarci su questioni che ci sembrano assolutamente marginali, sarebbe molto più proficuo e interessante provare a chiedersi il perché di queste affermazioni. Come stanno le cose? È possibile, anche in etica teologica, parlare positivamente di amore omosessuale?

Il punto di partenza deve sempre essere l’analisi e la descrizione del contesto operativo; stando a quanto oggi il mondo scientifico ci offre, l’omosessuale non sceglie la sua condizione. Quale sia l’origine è difficile dirlo, e, se anche se ne delimittassero i confini, sicuramente sarebbe quasi impossibile rintracciarne le cause scatenanti. Fatto sta che, così come durante la mia adolescenza ho scoperto di essere attratto dal mondo femminile, un omosessuale scopre di essere attratto dal mondo del suo stesso sesso. Non sceglie, ma scopre. E si scopre in un mondo che parla quasi esclusivamente il linguaggio etero, rendendo spesso complesso il processo di accettazione di questa condizione.

Ma se non sceglie, esiste allora realmente un problema etico? Se l’etica c’è laddove c’è anche una scelta, parrebbe proprio di no.

Chiaramente non è questa la sede per disquisire circa il risvolto sociale della questione – assolutamente non secondario. Ci basti solo citare il Catechismo che, al numero 2357, afferma che «gli atti di omosessualità sono intrinsecamente disordinati». Gli atti, non le persone. Torna quindi ancora in auge l’annoso problema della distinzione tra comportamento e atteggiamento, tra azione e agente. Distinzione che, mi pare, Francesco abbia invece molto ben chiara.

Una conclusione aperta

Voglio allora rassicurare tutti: a parer mio nessun cataclisma sembra incombere sulla Chiesa. Il Pontefice non è pazzo. Battersi per i diritti degli altri non nega la verità cristiana! A maggior ragione che nessuna delle espressioni del Papa – se accuratamente riposizionate in contesto – negano la dottrina tradizionale. Inoltre, tornare su alcuni temi che la teologia cerca di approfondire non mette a rischio il deposito della fede, semmai lo scruta e approfondisce. La cosiddetta apertura di Francesco sarebbe assolutamente circoscrivibile all’interno di questa dimensione che tende alla realizzazione integrale dell’essere umano, che dovrebbe essere poi anche il fine dell’etica.

Quale danno arrecherebbe alla nostra fede sostenere che due omosessuali possano esprime il loro amore e che questo debba essere tutelato dalle leggi umane? Sono forse peggio degli assassini? Pur non tralasciando l’aspetto produttivo dell’atto, su cui si potrebbe lungamente riflettere, perché negare l’aspetto espressivo? Se si trattasse di una unione etero, saremmo dello stesso avviso? Anche nel caso in cui i due vivano da fratelli? Siamo sicuri che l’eterosessualità rappresenti l’unica condizione di inveramento dell’amore? O sarebbe amore fino a prova contraria? Se il termine famiglia potrebbe indurre a credere che Francesco riconosca l’unione gay come equivalente alla famiglia tradizionale e che ne avalli cristianamente l’esistenza, significa forse che se l’unione – e non il matrimonio! – fosse un’unione etero, la valutazione del mondo cattolico cambierebbe?

Filippo Arena

Laurea Magistrale in Scienze Religiose. Docente di Religione. Cultore di Scienze Morali.

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