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Consequenzialismo E Teleologia. Riflessioni A Margine Del Webinar ATISM

Consequenzialismo e teleologia. Riflessioni a margine del webinar ATISM

Sabato scorso si è tenuto il primo evento legato all’approfondimento del documento Etica, per un tempo inedito. Un manifesto dopo covid-19 (che potete leggere qui), nato durante la pandemia su iniziativa della Presidenza ATISM (Associazione Teologica Italiana per lo Studio della Morale), di cui fa parte anche il direttore della nostra rivista, Pietro Cognato; del manifesto abbiamo già reso conto con un intervento dello stesso Cognato.

L’evento di sabato ha avuto come tema il Decidere in emergenza: salute e giustizia tra bene personale e bene comune

Sono intervenuti Massimo Reichlin (Università Vita & Salute San Raffaele, Milano), Enrico Larghero (Master in Bioetica, Sezione parallela di Torino della Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale), Martin Lintner (Philosophisch-Theologische Hochschule, Brixen-Bressanone) e Leopoldo Sandonà (Facoltà Teologica del Triveneto, Vicenza-Padova). A chiudere il ciclo di interventi, dopo il dibattito, le conclusioni del Presidente ATISM, Pier Davide Guenzi.

Il Webinar, che ha messo insieme esperti di varie discipline, ha cercato di porsi alcuni interrogativi sulle indicazioni procedurali e sulle pratiche poste in atto durante la crisi, nel tentativo di comprendere se queste pratiche e procedure abbiano tenuto adeguatamente conto del bene possibile per il singolo integrato con l’esigenza della giustizia sociale nell’accesso alle medesime pratiche, ponendosi anche l’obiettivo di valutare le disparità di scelte dei sistemi organizzativi tra regioni diverse e tra stati diversi.

Alcuni dati e un proposito

Proprio con l’intento di mettere in relazione la ricerca del bene del singolo e la necessità della giustizia sociale, dopo l’intervento del prof. Reichlin, che ha riguardato i documenti di CNB e SIIARTI – di cui approfondiremo dopo –, le relazioni hanno affrontato il tema delle scelte nell’allocazione delle macro-risorse sanitarie e tra le tematiche collegate è emersa particolarmente la questione dei criteri di scelta per l’ammissione a cure intensive; gli interventi hanno altresì sciorinato alcuni dati circa la situazione affrontata dalla Sanità durante questa lunga crisi epidemiologica.

L’intervento di Enrico Larghero è stato utile anche per fare il punto sulla nota problematica vissuta dalle RSA, di cui lo stesso si occupa, mentre l’intervento di Martin Lintner ci ha permesso anche di poter confrontare la situazione italiana con quella tedesca (un dato su tutti quello sui posti letto di terapia intensiva in rapporto agli abitanti: in Germania questi sono tre volte superiori a quelli italiani) non solo, però, sui numeri, ma anche sulle indicazioni arrivate dai comitati etici, che si sono rivelate sostanzialmente in linea con le nostre così come quelle, del resto, di quasi tutti gli Stati Europei. Naturalmente questo ha portato la discussione sulla riflessione riguardo una necessaria razionalizzazione delle spese sanitarie degli Stati, razionalizzazione che però si è spesso tramutata in un pericoloso razionamento delle risorse messo in evidenza dagli ultimi fatti. Anche per questo, è arrivata la provocazione-appello del presidente ATISM Pier Davide Guenzi durante le conclusioni: non sarebbe ora che i comitati etici nazionali si occupassero dei problemi bioetici con un respiro molto più ampio rispetto alle sole tecniche e sperimentazioni?

Le indicazioni sotto esame

Premessa d’obbligo: l’intento di questo articolo non è fare un semplice resoconto del webinar, ma focalizzare l’attenzione su uno degli aspetti che mi è parso più rilevante degli altri.

Parte del dissertare ha avuto come oggetto le indicazioni date per gestire l’emergenza. In particolare il documento del Comitato Nazionale per la Bioetica Covid-19: la decisione clinica in condizioni di carenza di risorse e il criterio del “triage in emergenza pandemica” (disponibile qui) e quello degli anestesisti del SIAARTI Raccomandazioni di etica clinica per l’ammissione a trattamenti intensivi e per la loro sospensione, in condizioni eccezionali di squilibrio tra necessità e risorse disponibili (disponibile qui). Ad essere sotto esame i criteri di scelta in situazioni emergenziali come quelle vissute e che hanno messo sotto pressione – portando quasi al collasso – le strutture sanitarie e tutto il Sistema Sanitario Nazionale. Ad aver catturato maggiormente l’interesse è stato il primo degli interventi, quello di Massimo Reichlin, il quale è partito dal dissenso espresso da Maurizio Mori riguardo al documento del CNB, espresso tramite il voto negativo e motivato con una postilla alla fine dello stesso.

«Il Parere del CNB sul Covid-19» – ha fatto scrivere in calce Mori – «è inadeguato perché a parole afferma di affrontare il problema del triage o della scelta dei pazienti da sottoporre a trattamenti intensivi, ma in realtà neanche riesce a individuare i termini del problema circa la scelta e finisce per lasciare l’ultima parola al giudizio clinico individuale senza dare indicazioni precise. Mosso più dall’intento di dare rassicurazioni, è come se il Parere negasse la realtà eccezionale verificatasi circa l’esigenza di fare scelte o triage».

Il prof. Reichlin ha, dunque, precisato che, effettivamente, il parere di Maurizio Mori non è del tutto errato: infatti, in condizioni così estreme, il solo criterio clinico può rilevarsi insufficiente, considerato che proprio la situazione che abbiamo vissuto, spesso, ha offerto condizioni cliniche equiparabili. Ma questo ci crea un grossissimo problema: quale criterio può essere utilizzato per scegliere? Dobbiamo o possiamo scegliere? È a questo punto che ha tirato in ballo due concetti su cui ci soffermiamo: deontologia e consequenzialismo. Dal punto di vista strettamente deontologico siamo chiamati a salvare tutti, se guardiamo alle conseguenze delle scelte fatte, invece, potremmo riscontrare dei criteri; ma siamo sicuri che questi siano criteri eticamente accettabili?

Conseguenze e finalità

È proprio su questo punto che si interroga, in sede di dibattito, il prof. Cognato – poi incalzato e appoggiato dall’intervento del prof. Antonio Autiero (che, ricordiamolo, dal 1991 al 2013 è stato professore ordinario di teologia morale all’Università di Münster, sulla cattedra che fu del prof. Bruno Schüller, tanto caro anche al fondatore del nostro Istituto di Bioetica) – domandando a Reichlin se, sotteso al suo intervento, ci fosse un presupposto negativo nei confronti delle conseguenze, o meglio, delle finalità delle azioni. Bisogna che i risultati delle azioni giochino un ruolo nella formulazione della norma oppure no? E cosa si intende per conseguenze delle azioni?

L’intuizione di Cognato si è rivelata veritiera e confermata da Reichlin. Ed è qui che i nodi vengono al pettine.

Siamo sicuri che per un’etica normativa che si rispetti, le conseguenze, o meglio, le finalità delle azioni siano da escludere? Siamo sicuri che mettere in conflitto tra loro i valori – e non assolutizzandoli, dunque, come fa la deontologia – ci conduca verso un presupposto intrinsecamente negativo? Siamo sicuri che non si possa tenere in considerazione la pista normativa teleologica?

Aderire sempre e solo alla pista deontologica rischia di non farci aderire alla realtà, o almeno alla realtà tutta; sebbene la posizione deontologica sembra essere, infatti, quella che difende nel miglior modo possibile l’assolutezza dell’etica dal relativismo, sostenere l’assolutezza di un solo valore – come la natura o più spesso la vita – è possibile solo poggiandosi su Dio. Ma quest’ultimo non può mai essere collocato sul piano normativo dell’etica. Dunque, se diciamo che ogni rapporto al di fuori del matrimonio, ogni procreazione assistita, ogni aborto ecc. sono moralmente illeciti e lo accettiamo, ciò è possibile solo in virtù del fatto che consideriamo la vita o la natura intangibili, indisponibili, normative e immutabili; sono dati sacri e, stabilito che sono sacri, ogni modificazione o intervento sulla natura o interruzione della vita sono illeciti. Questa formulazione, però, non tiene conto del fatto che, per realizzare un bene morale, bisogna considerare che cosa facciamo, quando lo facciamo e in che modo lo facciamo (come ci direbbe Seneca); non tenendo questo in considerazione, saremmo dinanzi ad affermazioni deontologiche che, non contemplando il conflitto tra valori non-morali – ossia quei valori che non dipendono dal soggetto, ma che, poiché valgono, sono beni umani che concorrono alla realizzazione morale del soggetto, pur non essendo la moralità del soggetto stesso – non tollerano eccezioni e non considerano mai le conseguenze, il contesto, la realtà, in quanto ognuno di questi valori è ritenuto incommensurabile. 

Dove sta, allora, la questione? Ci si può distanziare dalla norma deontologica senza cadere in un situazionismo, in un consequenzialismo che sarebbe soltanto utilitarismo, in un relativismo? L’obiettivo è riuscire ad allontanarci dalla deontologia senza cadere nell’etica della situazione, non essere relativisti pur distanziandoci dalla deontologia. Ciò è possibile se cerchiamo, in ogni cosa che facciamo, di realizzare noi stessi come soggetti buoni; cerchiamo in altre parole di essere onesti e tale onestà non dovrà mai mischiarsi con la convenienza, il desiderio, il piacere, l’utile. È la pista teleologica. Realizzare un valore piuttosto che un altro risponde alla possibilità di avere una scala gerarchica valoriale interna al soggetto che ritiene più importante agire in un modo piuttosto che in un altro; questo non significa arbitrarietà bensì esprime in onestà che si è cercato e trovato un senso secondo la logica dell’imparzialità; attraverso una scala gerarchica valoriale si esclude il rischio relativista perché, avendo tale scala – che mutiamo introducendo dei criteri di volta in volta diversi in base alla circostanza – cerchiamo nel contesto hic et nunc quell’onestà possibile e conoscibile in quel momento.

Questione di prospettive

È tutta una questione di prospettive quindi. Forse il documento del CNB non tiene in considerazione questi elementi, forse c’è bisogno di criteri e forse questo ci impaurisce perché non è detto che sia semplice trovare dei criteri imparziali.

Una cosa è certa: la prospettiva di partenza può tenere in considerazione ciò che le azioni pongono in essere e, a partire da questo dato, può valutare un’azione e costituire una norma senza che per questo si finisca per essere relativisti, utilitaristi, consequenzialisti.

Filippo Arena

Laurea Magistrale in Scienze Religiose. Docente di Religione. Cultore di Scienze Morali.

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